La battaglia per Napoli

battagliaProvo a riepilogare, a disporre in bella vista sul tavolo tutti i pezzi del rompicapo, nella speranza di cogliere un indizio dell’immagine che nasconde. Troppo movimento in città, troppi avvenimenti incastonati in un lasso di tempo troppo breve. Prima il San Carlo, poi la Corte dei Conti, poi ancora storie di munnezza e, sullo sfondo, tante piccole stoccate date dalla stampa locale ad una amministrazione che non sembra aver nessuna voglia di mollare il colpo.

Politica, imprese, finanza, lavoro e sindacati, questi i cavalieri dell’apocalisse napoletana. Lo ricordo, l’ho imparato bene negli anni trascorsi nelle segrete di palazzo San Giacomo, un uomo un voto, un napoletano un voto. Tanti napoletani messi insieme sono un bacino elettorale.

La domanda che faccio é la seguente: come si conquista un voto? Ho imparato, lavorando tantissimi anni nel commercio, che ci vuole un anno a conquistare un cliente, un solo singolo secondo per perderlo. Con gli elettori è la stessa cosa? Credo di si.

Una cosa mi è chiara, e ne ho conferma ogni volta che ho l’occasione di parlare con la gente, anzi, più che altro ascoltare. Se una persona sta bene, vive all’interno di un giardino curato, magari modesto ma curato, pian piano impara a chiedere. Impara a ragionare, a pretendere rispetto. Se una persona vive nell’incertezza, nella precarietà, se non riesce ogni giorno a mettere insieme pranzo e cena diventa debole. Diventa una piantina fragile, cresciuta sul bordo di un marciapiede e, per crescere, si attacca a qualsiasi cosa. Anche ad una bugia.

Provo a mettere insieme i pezzi del puzzle partendo dal meraviglioso mondo dell’informazione di massa. In Italia non c’è un giornale di rilevanza nazionale che si possa dire indipendente. Fanno tutti riferimento a qualcosa o a qualcuno e non hanno nessuna remora nel farlo vedere.

Le imprese in Italia non esistono più, gli imprenditori sono diventati tutti finanzieri. Far girare i soldi, ecco il loro unico credo. Deve essere un giochino interessante perché hanno trovato facile sponda nella politica, quelli poi mica sono fessi, i politici vogliono giocare anche loro, perché tutto sommato farsi venire un’idea non è facile.

Il mondo della finanza è rutilante, si vende e si compra ma soprattutto si specula, nascondendo i movimenti sotto una montagna di carte e conti. Per capire bene certe alchimie contabili finanziare, bisognerebbe essere almeno tri-laureati. La prima in economia e commercio, la seconda in legge, la terza sarebbe in psichiatria, perché ad andar per questi mari è facile perdere la testa.

Per far girare questa palla ci vuole un campo da gioco. Le aziende sono terreno fertile per manovre finanziarie, i sindacati sono i guardiani della fede e i lavoratori i polli da allevare.

Ricapitoliamo, le banche tengono in mano i soldi, intendo i grandi gruppi finanziari internazionali, non certo le piccole banche di credito cooperativo dell’epoca dei nostri nonni; la politica, non certo la politica che facevano i nostri nonni partigiani, scrive delle regole del gioco adatte; gli imprenditori, non certo gli imprenditori di una volta, fanno girare i soldi; i sindacati fiancheggiano il gioco, facendo politica di secondo livello ed i lavoratori sono poco più che pedine.

Questo gioco, naturalmente, è a beneficio di pochi. Sta scritto ovunque che la gran parte della ricchezza nazionale è in mano a sempre meno gente, tanto che viene da chiedersi perché il giochino continua a funzionare, considerato che sono tanti quelli che escono dal campo di gioco con le gambe spezzate e qualche occhio nero.

La risposta è: perché c’è la crisi. No, in verità ogni tanto si sentono anche altre motivazioni. A volte sembra che sia l’Europa a chiederlo, altre volte è lo spread a farci tremare la gambe. A volte servono anche le catastrofi naturali a giustificare il gioco.

Credo, e sono convinto di non sbagliare, che la crisi è la condizione necessaria e sufficiente per far funzionare il gioco. Se un bacino elettorale sta bene, probabilmente sarà poco incline a tollerare comportamenti scorretti da chi governa un Paese. Questo, i signori dei tranelli, lo sanno e da anni fanno in modo che ci sia crisi. La crisi è paura, ti predispone a cedere pezzi che altrimenti sarebbero intrattabili, ti demolisce ogni sicurezza e ti riduce a credere ad ogni fandonia nel disperato tentativo di trovare un posto sicuro dove stare.

Provo a rendere concreto il ragionamento prendendo ad esempio il mio paese e la mia città.

Prima di tutto prendiamo una nota: in questi giorni (fine febbraio 2014 n.d.r.) va ad insediarsi il terzo governo della repubblichetta di re Giorgio (per migliori riferimenti andatevi a leggere, ad esempio, Travaglio n.d.r.) che nessuno ha mai eletto. Prodi fu mandato a casa da uno che “amava il suo paese” che, “per amore” si comprò un paio di senatori un tot al chilo. Renzi con lo stesso amatore si appresta a governare ed a fare una legge elettorale che ancora impedirà agli elettori di scegliere direttamente i propri candidati. Sostiene Matteo: la legge elettorale la devo fare con Berlusconi perché è uno che da venti anni raccoglie tanti consensi. Sostengo io: Matteo la tua testa serve solo a creare un ragionevole spazio tra le tue orecchie, ti sei mai chiesto come Berlusconi si è costruito ed ha mantenuto per tanti anni il consenso? Argomento chiuso, serviva giusto a marcare il livello del dibattito politico, poi basta andare in rete per approfondire l’argomento.

La mia città per circa trent’anni è stata amministrata dal sistema degli allegri compagni della sinistra democratica che, gioiosamente condotti da don Antonio Bassolino da Afragòla, ha creato un sistema in cui si facevano girare i soldi. Al principio giravano per un’ampia pletora di fedeli, poi con il passar del tempo e con il sopraggiungere del berlusconismo selvaggio, il giochino si è ristretto. Il canto del cigno lo interpretò il buon assessore al bilancio del Comune di Napoli dell’ultima giunta di donna Rosetta Jervolino, dinanzi alle telecamere di Report quando si vantò di aver fatto “ingegneria finanziaria” acquistando un bel po’ di soldini per le finanze del Comune comprando strumenti finanziari pericolosissimi (si chiamano contratti derivati n.d.r.) adatti più ad un lupo di Wall Street che ad un ente locale.

Le scritture di quegli anni non raccontano di sommosse popolari e neanche di opposizioni inferocite, la stampa fu generalmente plaudente o si impegnò a guardare altrove. Anche in Regione si dormivano sonni tranquilli. I lavoratori socialmente utili lavoravano e manifestavano, i disoccupati organizzati manifestavano e lavoravano, le partecipate di Regione e Comune, con un giochino chiamato “in house”, facevano girare i soldi, i consigli di amministrazione proliferavano, gli equilibri si mantenevano e la giostra girava. Tutti dicevano che in città c’era “l’accordo”. Ma non poteva durare per sempre, le bugie hanno sempre le gambe corte.

Ops, c’è la munnezza per strada a montagne. Ops, son finiti i soldi. Ops, c’è da eleggere un nuovo sindaco. Tutt’apposto, non c’è problema, il piano dei boiardi della città apparve subito chiaro. In Regione c’era l’uomo tutto lacca e occhialini da intellettuale, sempre pronto, con il piglio di chi sta per cantare la canzone del secolo, a eseguire gli ordini, in città la si poteva risolvere facilmente tra destra e sinistra, tra Lettieri e Morcone.

Fu una campagna elettorale scialba, i giochi si davano già per scontati, un accomodamento per tutti lo si sarebbe trovato con la benedizione del governo centrale. Sullo sfondo Fico faceva il fico, pensando più al suo curriculum che alla città (l’inaspettato exploit dei 5 Stelle era ancora lontano n.d.r.) e l’ex magistrato andava in giro a parlare con la gente. Appariva così strano, de Magistris andava in giro a far comizi, ad incontrare la gente, parlava, si confrontava, pensate un po’, sembrava avere delle idee. Che atteggiamento demodé, dovettero pensare i signori della politica maggioritaria.

Sorpresa, il giovane ex magistrato al primo turno si fuma Morcone ed al secondo sbaraglia l’imprenditore d’assalto confindustriale Lettieri. Credetemi, il martedi successivo, dopo lo spoglio del ballottaggio, i signori dell’accordo a Napoli stavano “come i pazzi”.

La guerra iniziò subito. La situazione economica della città non era quella che era stata sbandierata in campagna elettorale, era molto peggio. In bilancio il Comune aveva un mucchio di crediti che non avevano nessuna speranza di essere onorati e gli interessi passivi erano un giogo pesante. De Magistris fece la prima scelta che sparigliò il gioco, niente commissario straordinario come fece don Antonio, barra a dritta e andiamo avanti. La parola d’ordine diventò “risparmio”. Probabilmente il neosindaco commise anche il suo primo errore, inserire in giunta un po’ di personaggi indecisi, nuovi fuori ma nostalgici dentro. Questa cosa verrà nel tempo corretta ma costerà tantissimo in termini di marketing politico.

Intanto le avanguardie delle opposizioni presidiavano la città, sui social network era tutto un fiorire di gruppi e gruppetti di detrattori, il partito di Di Pietro che aveva offerto casa a de Magistris si sciolse come neve al sole, la politica centrale prese ad ignorare il temerario sindaco scassatore.

Si perchè intanto de Magistris scassò sostanzialmente il gioco facendo una scelta semplice, disse ai napoletani la verità sullo stato delle cose, li mise al centro del sistema e pianificò un percorso lungo e difficile per risalire la china.

I rifiuti sparirono. Dopo un avvio difficile con cicciobello Rossi, le cose si misero in moto, la situazione in strada migliorò, furono realizzate economie nello smaltimento dei rifiuti, Asia riprese fiato ed anche la differenziata andò avanti. Rotto il giochino degli inceneritori, rotto il giochino degli appalti, rotto il giochino delle esternalizzazioni.

Riprese fiato anche la città: il lungomare diventò il salotto buono della città offerto soprattutto a chi in città veniva a fare il turista, arrivò la Coppa America, il grande tennis della Davis ed anche il giro d’Italia. I detrattori sparano a zero ma le chiacchiere rimasero altrettanto a zero. Il punto più alto del dibattito fu intorno ad un semaforo, nulla più.

Intanto in Comune si fece un piano di risanamento dei conti, sparirono delle partecipate, amministratori delegati e consiglieri di amministrazione di nomina politica vennero mandati a casa a cercarsi un lavoro vero, il settore trasporti venne riorganizzato in una holding con evidenti economie di scala, il patrimonio immobiliare del Comune venne affidato, pensate un po’ che ardire, al Comune mandando a casa quelli della Romeo Immobiliare. In città cominciò a girar voce che i fornitori venivano pagati a diciotto mesi circa invece che a quattro anni.

Siamo così arrivati ai tempi recenti. L’opposizione annaspa ma non molla, alla fine del 2013 in città si ha la netta sensazione che i napoletani comincino a capire ed apprezzare il gioco del sindaco. Apre anche la metropolitana di piazza Garibaldi.

Cazzarola, questo sindaco non commissaria, non licenzia, non esternalizza, non ha paura di andare a Roma a far sentire la voce della città. La stampa internazionale lo apprezza, Napoli torna sulle copertine dei giornali finalmente nel posto che gli compete, città di tradizioni, cultura, arte e sapori. Solo una cosa non ho mai capito di stò sindaco: il suo aplomb britannico, la sua impassibilità nel subire attacchi senza far volare gli stracci. Di chi c’era prima non si parla, non si parla mai, tanto che Bassolino ha pure la faccia di tornare a farsi vedere in giro. In tanti prevedono un suo ritorno in campo.

Le prime avvisaglie della controffensiva del sistema arrivarono a maggio del 2013, Bruce Springsteen suona a Piazza del Plebiscito in un memorabile concerto. Napoli è l’ombellico del mondo della musica rock. Il sovraintendente Cozzolino il giorno dopo disse che in piazza le manifestazioni non si potevano più fare, è una questione di cultura, neanche per il capodanno si fanno eccezioni. Eppure il capodanno in piazza è una tradizione ormai consolidata, cosa vuole questo sovraintendente? Questo fatto è fondamentale, afferma in qualche modo un cambio di strategia in città, le opposizioni inopponenti chiedono aiuto al sistema che sta fuori da palazzo San Giacomo. La controffensiva la prende alla lontana, la solita storiella del fratello del sindaco che organizza concerti, intanto a capodanno la città invece di avere la sua piazza più bella illuminata a festa e costretta a festeggiare sul lungomare brindando sfrontatamente con il suo sindaco “alla faccia di chi ci vuole male”.

Il sindaco ha scassato veramente, soprattutto ha scassato gli affari di un sistema che non ha nessuna voglia di morire. Ricordate sempre la catena: politica, stampa, banche, finanza, sindacati. A ben vedere quanta gente di questo sistema è rimasta a piedi nei primi trenta mesi di de Magistris? Gli attacchi al palazzo liberato continueranno in rapida successione.

Si comincia a fine dicembre 2013 con la storia del San Carlo, dopo un quinquennio e più di gestione illuminata del dinamico duo Nastasi Purchia, ops, c’è un buco. Bisogna commissariare. De Magistris si schiera con il teatro contro il decreto Bray, mette a disposizione risorse economiche sotto forma di immobili, chiama a raccolta le maestranze del teatro, ma niente da fare. Il resto del cda si ritira sull’Aventino, spianando la via al commissario confindustriale.

Ah, perche intanto il Comune sta vendendo il suo ingente e succulento patrimonio immobiliare affidato alla Napoli Servizi dopo l’esautoramento del Romeo. E’ lo stesso assessore Palma a sottolineare che il patrimonio è da vendere e non da svendere, quindi niente da fare per gli immobiliaristi della città ed i loro amici. Probabilmente ci vorrà un po’ più di tempo, ma i risultati saranno a beneficio della città.

In città non parla più nessuno, il gioco ormai è diretto dall’esterno, le opposizioni pensano a rifarsi una verginità. Solo così mi spiego la visita degli stati maggiori della Cgil all’azienda del capo dell’opposizione Lettieri. Incredibile, una volta erano i presidenti del consiglio a rendere visita agli stabilimenti della Fiat, della Montedison, della Olivetti, dell’Italsider sotto gli occhi compiaciuti del padrone che batteva cassa. Fuori dalla fabbrica gli operai parcheggiavano le loro 500 mentre i sindacati declinavano la loro lotta di classe. Lo confesso, vedere la Camusso girare per Capodichino accompagnata da Lettieri, mi mette una certa tristezza. Viene da chiedere: ma tu Susanna, da che parte stai?

Ops, dopo oltre due anni di governo della città si sveglia la sezione regionale della Corte dei Conti per dire che il piano di rientro del Comune di Napoli non va bene. I conti non tornano, soprattutto se si fa di tutta l’erba un unico fascio e di erba i Conti devono averne fumata parecchia, per non vedere l’enorme lavoro fatto sulle finanze della città. L’attacco sembra riuscire a metà dunque si procede anche su altri fronti cercando, per esempio, di fare lo sgambetto ad Asia che intanto ha comprato spazzatrici e tiene la città pulita  con la collaborazione del neonato corpo dei vigili della polizia ambientale.

Devo alzarmi in piedi, devo guardare il puzzle più da lontano per incominciare a intravedere il senso dell’immagine. Mentre a Roma Renzi apre la finestra a Berlusconi per farlo rientrare in gioco e Grillo continua la sua inconcludente campagna di marketing del potere (il massimo che riescono ad esprimere è Di Battista dalla Bignardi n.d.r.) l’esempio che sta dando Napoli al Paese deve suonare insopportabile al sistema. Niente licenziamenti, al massimo qualche assunzione, niente appalti, niente esternalizzazioni, niente commissariamenti, niente mercanti nel tempio. Ma non è che, alla fine della fiera, i napoletani dovessero capire che c’è vita oltre il sistema in cui ci hanno costretto negli ultimi venti-trenta-quaranta anni ? Ma non è che prima o poi si svegliano e tutti insieme vanno nelle cabine elettorali a dire il loro “giù le mani dalla città”? No, assolutamente non si può correre il rischio che questo sindaco porti a termine il mandato ricevuto dai napoletani. Bisogna fermarlo. Costi quel che costi.

Certo, per Roma si possono fare delle bellissime leggi ad hoc ma, si sa, Marino non è uno che rompe le palle più di tanto. Anzi, al limite fa come i giapponesi, viene a Napoli e copia.

In Italia è urgente salvare il sistema finanziario con i soldi della gente, è necessario fare una bella riforma del lavoro che degradi i lavoratori a ciucci da fatica che non devono infastidire i maiali che governano la fattoria, bisogna mantenere il potere e le risorse in mano a pochi, devastando sistematicamente le vite dei molti, bisogna fare speculazione mortificando l’imprenditoria industriale ed artigianale, bisogna inquinare per mantener vivo il business delle bonifiche, bisogna mantenere alto il livello della precarietà, bisogna mortificare la scuola e far credere a tutti che la verità sta nella televisione, nei giornali, nel pensiero comune. E, se a Napoli accade qualche cosa di diverso, non va bene. Mentre in Italia tutti stanno tutti in fila per tre a Napoli, ma probabilmente anche in altri posti, si sta facendo rock’n’roll e gli esempi di ribellione, è noto, fanno tremare il sistema.

Personalmente sono convinto di un paio di cose. Fare la riforma del lavoro è facile e non serve eliminare l’articolo 18. Bisogna semplicemente superare le logiche secondo le quali gli imprenditori non fanno investimenti perchè hanno paura dei lavoratori a tempo indeterminato. Bisogna semplicemente recuperare il dettato costituzionale secondo cui il lavoro è il fondamento della Repubblica e strumento per vivere una vita libera e dignitosa, i lavoratori hanno diritto ad un compenso adeguato e sono sottoposti al potere direttivo, gerarchico e sanzionatorio dell’imprenditore. Questa cosa è semplice, sfortunatamente richiede che, da una parte ci siano degli imprenditori con delle idee, e dall’altra dei lavoratori emancipati dalla favola che li vede contrapposti ai padroni. Quando vedo il sindaco che sostiene che non è necessario affidare ad altri la gestione del patrimonio immobiliare della città o di altri servizi, quando dice che il San Carlo può produrre i suoi spettacoli, quando dice che non è necessario licenziare, vedo una rivoluzione. Basta con la favola che bisogna ridurre il costo del lavoro tagliando salari e stipendi perchè dobbiamo far concorrenza ai cinesi ed all’est europeo. Provate a dire questa cosa ad un sindacalista della triplice e vedrete cosa vi risponderà.

Altrettanto facile sarebbe la riforma elettorale, sarebbe sufficiente scegliere uno qualsiasi dei sistemi elettorali vigenti nelle altre nazioni europee. Uno qualsiasi. In questo momento leggo la lista dei ministri del governo Renzi/Napolitano/Berlusconi. Mi appare evidente che è l’ennesima mossa di un sistema che non vuol mollare il colpo, il regime è ancora vivo e vegeto ed un sindaco che va a parlare con gli abitanti della periferia della sua città, che stanno cercando di emancipare il territorio che abitano, dal governo della camorra non può che fare paura. Invece la paura, secondo loro, dobbiamo averla noi così tutto passa, anche Angelino Alfano che resta agli interni e Orlando alla giustizia invece di Gratteri. Tutto deve cambiare perché nulla cambi sul serio.

No, questa morale a mio figlio, non la insegnerò e, a Napoli, tanta gente farà altrettanto. La città non piegherà la schiena, si difenderà con le armi della cultura, del rispetto e dell’amor proprio. Con il confronto ed il dialogo continuerà a combattere e scassare il sistema ed alla fine consegneremo ai nostri ragazzi una città migliore.

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