Ancora voglia di tenerezza

Il primo pensiero che mi è venuto in mente quando si sono accese le luci in sala, mentre scorrevano i titoli di coda, è stato: si, va beh, ma se lo avesse diretto Muccino, o Salvatores, o magari Ron Howard o Scorzese ?

Il fatto è che “La Tenerezza” è un film che si regge su una storia bella, solida e coinvolgente e, il film, ne trae tutti i benefici possibili. Nel 2015 Lorenzo Marone, napoletano, classe 1974, pubblica “La tentazione di essere felici”, opera terza e probabilmente prima opera di grande successo che porta a casa uno Stresa, uno Scrivere per Amore ed un Premio Caffè Corretto (fonte Wikipedia n.d.r.).

Il tema conduttore del film si intuisce subito e, a pensarci bene, non è proprio originalissimo. Alla fine della fiera i nodi vengono al pettine e la vita ti presenta il conto, salvo offrire, a sorpresissima, anche a chi forse non lo meriterebbe, una ciambella di salvataggio.

Il protagonista, che se ne voglia dire, è il vecchio avvocato Lorenzo, interpretato alla grandissima da Renato Carpentieri che finalmente vedo a centro del proscenio e che dovrebbe essere anche al centro della locandina del film. Uomo arido, pieno di sbagli, chiuso nella sua antipatica arroganza che lo tiene al riparo dalle sue responsabilità e, soprattutto, lo tiene al riparo dal relazionarsi con i suoi due figli. Elena, interpretata da Giovanna Mezzogiorno che, come tutte le grandi attrici non riesce ad essere brutta neanche se si impegna, traduttrice per il tribunale e Saverio, personaggio brutto e cinico che durante tutto il film non viene mai risolto al punto che poteva anche non esserci.

La storia inizia (e non andrò oltre nel descriverla n.d.r.) con Lorenzo che torna nella grande casa, dove vive da solo, dopo un infarto ed incontra Michela, una specie di elfo delle favole, che gli offre, bella ed infiocchettata, la sua possibilità di redenzione.

Dopo aver reso il merito a Micaela Ramazzotti di aver interpretato la sua parte alla grande, tanto da farmi pensare “non me la ricordavo così brava”, devo subito osservare che il film inizia a non piacermi. Gianni Amelio non si discosta da se stesso e impiatta la sua solita pietanza. Ricordo, solo a favore di memoria, due lavori del nostro: “Lamerica” (1994) che fu un gran bel film e “Le Chiavi di Casa” (2004) troppo pesante per essere godibile. Questo “La Tenerezza” resta, nella mia opinione, una occasione mancata per andare avanti.

Il film alla fine è bello e lascia allo spettatore tanti spunti di riflessione, il mio è stato: le mani vanno strette quando è il momento giusto, gli abbracci vanno stretti quando ce li chiedono, gli amori vanno vissuti con lealtà. Le seconde possibilità sono rare e, normalmente, l’umano si ritrova solo per contemplare meglio il deserto che ha lasciato dietro di se. Le fate, se arrivano, si fermano poco e, quasi sempre, ti lasciano in braghe di tela.

L’occasione mancata mancata da Amelio è stata quella che poteva provare ad andare oltre se stesso e fare qualche cosa di nuovo. Gli riconosco il merito di aver utilizzato al meglio la città di Napoli costruendo ai suoi personaggi un palcoscenico bello, crudo ma mai didascalico. Napoli è una grande città e non diventa mai la Napoli, parodia di se stessa, tipo quella dei bastardi (eh, lo so, non mi è ancora passata n.d.r.).

I colpi di scena e le sorprese nella narrazione non mancano ed Amelio, quasi sempre li sfrutta bene. Il punto più basso del film è il banalissimo l’addio tra Lorenzo e Michela, reso con un canone visto e rivisto che neanche per un momento è riuscito ad emozionarmi. La rappresentazione del finale anche non è nuova.

Alla fine “La Tenerezza” è un bel film nonostante Amelio. E’ il motivo per cui ho pensato a Muccino. Sorrentino, quello post “Grande Bellezza”, forse sarebbe riuscito a fare di peggio. Salvatores lo avrebbe forse reso più rock. Ferzan Ozpetek forse sarebbe stato l’ideale ma anche Ron Howard o forse, scusate l’ardire, il Martin Scorzese di “Silence”. Ma con i se, i ma ed i forse non si fanno i film.

Resta da dire qualcosa sulla prova di Elio Germano: abbastanza inutile, intrappolato in un personaggio che resta affidato all’immaginazione del pubblico, fa quel che può riuscendo a toccare anche qualche punta di ridicolo. Cosa poi ci facesse Greta Scacchi nel film, resta un mistero.

Due stelle su cinque e, se riesco a trovare lo spirito giusto, mi vado a rivedere, sul tema della redenzione e delle seconde occasioni, “Sette Anime”, “Perfetti Sconosciuti” e, perché no, anche “Voglia di Tenerezza” e “Fa’ la Cosa Giusta”.

Perché, alla fine, la meta della ricerca è, nella mia opinione: fai quello che devi fare quando il momento è quello giusto o, stanne certo, combinerai solo un gran casino dal quale non riuscirai più ad uscire. Sarà poi inutile buttarla in poesia.

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