Un viaggio all’isola

Non credo di aver mai sofferto della sindrome di Peter Pan ma l’isola che non c’è è un luogo letterario che amo tantissimo. Edoardo Bennato all’inizio degli anni  80′ la immortalò in una bellissima ballata. Oggi ho provato a ripensarla rispettando la scrittura della canzone originale ma volando a modo mio in compagnia degli amici degli #49 che mi hanno assistito per via telematica . Qualcuno mi prenderà in giro ma io continuo a cercarla, e se dite che non esiste probabilmente siete più pazzi di me.

Dire addio ad un amico

Quando tutti parlano è sempre una buona idea stare zitti. Gli #49 sono fatti così. Da tempo si erano perse le loro tracce ed io stesso che li ho inseguiti a lungo, non avevo grandi speranze di risentirli. Poi è accaduto un fatto dolorosamente inaspettato, un vecchio amico se ne è andato per sempre, David Robert Jones non è più su questa terra. Niente da dire, niente da dichiarare. Di chiacchiere se ne sono lette fin troppe in questi giorni. Solo una cosa da fare, salutare tutti insieme il vecchio amico nell’unica maniera possibile. Suonando una delle sue canzoni. Non saprei dire quando è avvenuto il fatto, forse a Londra, forse a Berlino. La registrazione l’ho trovata per caso, stava in mezzo a tanti vinili di Bowie nel negozio dove, in genere, vado a rifornirmi di musica o anche solo per fare quattro chiacchiere con il suo gestore. Come ci sia arrivata è un mistero, come se qualcuno sapesse che sarei andato li e me la ha messa in bella vista per farmela trovare. Si sente che è una cosa molto improvvisata e si senta anche che, per l’occasione, c’erano proprio tutti. Ricorderete che gli #49 sono un gruppo clandestino che suona in giro per il mondo. Nessuno conosce i componenti. Negli anni ho potuto contare almeno quattro diverse formazioni.. Io stesso li ho conosciuti per caso e, ancora per caso, sono diventato il loro biografo clandestino. Sul cd che ho trovato c’era solo annotato in inglese: siamo stati tutti eroi, non

Con la testa nella cassetta

A Napoli c’è un modo di dire che recita, più o meno “fernì cù ‘a capa ‘int’ ‘a cascetta”, letteralmente “finire con la testa nella cassetta” nel senso di “finire intrappolato” o, più in generale “finire in rovina”. Io con la capa nella cassetta ci sono finito e me ne trovo assai contento. Mi piace molto fare musica in casa, con gli amici, in maniera tranquilla e rilassata. Il punto debole di qualsiasi formazione casalinga è sempre stata la batteria. Troppo ingombrante e rumorosa per stare in un appartamento normale, con pareti normali e vicini di casa normali. Per molto tempo ho provato ad usare basi ritmiche prodotte con strumenti elettronici,  alcuni sono molto belli e funzionali, ma non ho mai trovato nulla che potesse star dietro ad una jam session. Qualche tempo fa ho notato che spesso, i musicisti che si esibiscono in strada, usano, in sostituzione della batteria, una cassetta. Grande poco più di una cassetta della frutta. Il batterista ci sta seduto sopra e con le mani batte il ritmo sul lato più largo ottenendo sonorità molto simili a quelle di una batteria. Ho fatto qualche ricerca ed ho scoperto che si tratta di uno strumento di origine peruviana chiamato cajon. Me ne sono subito invaghito ed ho deciso che dovevo averne uno in salotto tra la chitarra e le tastiere, dovevo trovarne uno adatto alle mie esigenze. Il primo giro di ricognizione l’ho fatto su Amazon e su Thomann. Si possono spendere da poche decine fino a diverse