Le grazie di Paolo

Leggete a vostro rischio e pericolo di rovinarvi la sorpresa. L’ho visto e come al solito prendo qualche appunto a futura memoria.

Premesso che di Sorrentino mi piace quasi tutto che sono al limite alto della passione, in questi giorni di festa ho partecipato all’inusuale rito della mattina al cinema. Per Parthenope ci siamo dovuti mobilitare a mezzanotte, questa volta all’ora dell’aperitivo durante le feste natalizie che anche questa è arte.

Ho sentito dire da persona autorevole che con La Grazia, Paolo chiude la trilogia del potere iniziata con Il Divo e proseguita con Loro. Non sarei d’accordo. Il potere ci azzecca poco.

Della trama ho letto diversi riassunti. Nessuno mi ha soddisfatto, provo a dire la mia. Considerate che questo potrebbe essere un ottimo momento per smettere di leggermi e andare a scrollare immagini generate dall’intelligenza artificiale in qualche social per evitare il rischio di anticipazioni non richieste.

In apertura Paolo ci tende subito una trappola presentandoci, in astratto, la figura del presidente della repubblica e le sue prerogative sancite dalla nostra bella Costituzione antifascista. Il pensiero vola subito a Mattarella visto che il presidente è vedovo, ha una figlia che si occupa di lui e ha i gradi di gran maestro del diritto. Levate mano, Mattarella non ci azzecca niente.

Toni Servillo è Mariano De Santis, un presidente della repubblica italiana austero, guardiano della fede scritta nei manuali di diritto di cui è lui stesso venerato autore, perso nell’inutilità del bianco degli ultimi sei mesi del suo mandato. Vedovo di una adorata moglie, due figli, una femmina cresciuta a sua immagine e somiglianza che lo segue passo passo curandone la salute e l’attività istituzionale e un figlio che si intuisce distante, musicista affermato, emigrato o forse sfuggito in Canada. Una sola migliore amica dei tempi della scuola, anche lei venerata critica d’arte che lo tratta da pari a pari creando siparietti che, a volte, rimandano troppo alla grande bellezza. Jep è vivo ed è tra di noi.

Primo movimento: il presidente ha l’ultima possibilità, prima della fine del suo mandato, di firmare la legge che riconosce il diritto all’eutanasia. La solenne cartelletta che contiene la bozza della legge è sulla sua scrivania da tempo ed è subito chiaro a tutti che il nostro eroe, soprannominato nei palazzi del potere “cemento armato” per la sua granitica fede nel potere del diritto, tentenna, fa melina tra cavilli e revisioni. La figlia spinge ed incoraggia ma il presidente chiede sempre un ulteriore tempo di riflessione.

Nota a margine: i duetti tra Servillo e la Ferzetti mi hanno riportato alla mente i siparietti di Bisio e  Smutniak in “Benvenuto Presidente”. Vabbè, lo ammetto, non vi arrabbiate, questo è un problema mio.

Secondo movimento: al presidente vengono sottoposte due domande di grazia per due assassini rei confessi. Una donna che ha ucciso a coltellate nel sonno il marito violento del quale, scopriremo, era perdutamente innamorata. L’altra è per un uomo che ha soffocato la moglie malata del morbo di Alzheimer.

Trama e ordito sono tesi, va in scena l’arte sorrentiniana mentre lo spettatore inizia a ragionare di perdono, pietà, etica e politica.

Osservo preliminarmente che “La Grazia” ha una costruzione molto canonica che dopo le licenze narrative de “La Mano di Dio” e di “Parthenope” un po’ spiazza lo spettatore. Niente facce di Fellini, niente simbolismi misteriosi, niente suore. Solo qualche sorrentinata canonica che vi sarà facile individuare. Occhio al Papa di colore e con i dreadlocks che l’apparenza inganna.

Ed è proprio quando lo spettatore crede di essere entrato nello spirito della narrazione e crede di aver inquadrato l’oggetto del tormento sorrentiniano, arriva il colpo di scena che, nella mia opinione, eleva di molto la qualità della storia.

La moglie del presidente, quaranta anni prima, lo ha tradito. Nessun dettaglio sulla portata del tradimento. Lo ha tradito e il nostro eroe non sa con chi, forse immagina il perché, fa delle ipotesi ma si trova inesorabilmente incatenato al peso di un insostenibile e tormentato dubbio. Chi è l’altro?

Dunque il balletto tra le tre grazie inizia e Sorrentino lo coreografa con grande “grazia” senza perdersi in banalità e pensieri scontati, proponendo allo spettatore tanti argomenti su cui riflettere e situazioni con cui confrontarsi. Mi è molto piaciuto che, contrariamente a quanto visto in altri film di Sorrentino, il pubblico non è abbandonato a se stesso. Lo svolgersi degli eventi lo accompagna e lo assiste con delicatezza e eleganza, senza fornire verità e senza mai esprimere giudizi o sentenze.

Ci sono un paio di belle trovate che impreziosiscono l’originalità della narrazione. Una su tutte, il monologo del presidente al telefono con la direttrice di una nota rivista di moda e costume. Non ve lo racconto per non rovinarvi la sorpresa ma, fateci caso, è un gran pezzo di cinema e Servillo, pur rimanendo sempre Servillo, è notevole. Devo anche osservare che la bravura di Servillo forse è da annoverare tra i punti deboli del film, tutto sembra un po’ già visto. Mi chiedo se il sodalizio artistico tra i due non si sia un po’ esaurito?

I film di Sorrentino sono sempre focalizzati sulla storia e sull’autore. Gli attori, tranne Servillo, non hanno mai quello spazio in più che li rende elementi peculiari della storia. Voglio dire: “La ciociara” è Sofia Loren diretta Vittorio De Sica, “Mamma Roma” è la Magnani diretta Pasolini, l’ispettore Clouseau è Peter Sellers non Blake Edwards. Woody Allen era Woody Allen ma l’autore era quasi sempre il volto dei suoi personaggi. Le uniche stelle a cui Sorrentino concede il privilegio del red carpet sono Sorrentino stesso e Toni Servillo. Questa cosa, lo confesso, un pochino mi ha stancato.

Particolare non trascurabile è che, anche qui, non manca abbondante fumo di sigaretta a sottolineare continuamente il travaglio interiore dei personaggi. Addirittura il presidente ha un polmone solo ma continua a fumare una sigaretta al giorno nascondendosi dalla figlia e con la complicità del provvidenziale corazziere. Anche questa cosa, lo confesso, inizia a diventare poco originale.

Resta la domanda su cui si regge tutto il film: cos’è e dove si trova la grazia?

Una chiave di lettura forse si ritrova nella domanda sulla quale il presidente, nel tentativo di placare i suoi tormenti, si sofferma spesso e che, di conseguenza, arriva come l’allarme di una sveglia anche allo spettatore: di chi sono i nostri giorni?

Sono nostri o appartengono a qualcun’altro? Forse appartengono a Dio? Difficile a dirsi, il povero presidente lamenta che quando prega si addormenta. Si può concedere o trovare la grazia se il nostro tempo non ci appartiene? Il film racconta una storia precisa, ordinata, rigorosa come un manuale di diritto ma lascia la sentenza finale alla sensibilità dello spettatore che può confortarsi con tutta una serie di emozioni fornite dall’autore.

Nella mia opinione, la grazia di Sorrentino, non è nella pietà dell’autodeterminazione che si può accordare ad un malato terminale e neanche nel perdono che si può concedere a chi ha commesso un reato. La grazia di Sorrentino, non facile da raggiungere, è nel perdono e nella compassione che possiamo riconoscere, a cominciare da noi stessi, alla fatica di vivere che ogni essere umano sperimenta nel corso della propria esistenza. Non è un film sui poteri dello stato, non è un film sul rigore del diritto, non è un film sulla libertà. Sorrentino realizza un bellissima storia che racconta del bisogno e della ricerca della leggerezza che dona pace all’anima e che ogni essere umano desidera raggiungere, in particolare quando il tempo terreno si avvicina alla scadenza. Anche il cemento armato, alla fine, diventa polvere leggera leggera.

Nota personale: quando sono uscito dal cinema un amico mi ha chiesto: di chi sono i nostri giorni? Per un attimo ho pensato al film ma poi ho risposto secco: di chi ci vuole bene.

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